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Una breve panoramica sulle “disfide brevettuali” e sulle lezioni da trarne

Un fiorire di contenziosi brevettuali: Apple contro Samsung, Bedrock Computer Technologies contro Google e molti altri casi analoghi. Si fa strada il fenomeno dei "patent troll".

di Cristiano Alliney

Come tutti sanno, sul versante tecnologico è scontro al calor bianco tra iPad (e quindi Apple) e Galaxy (e quindi Samsung) e, conseguentemente, sul versante legale, gli avvocati americani e (sud) coreani stanno affilando le armi in una battaglia che si prevede lunga, dura e avvincente (almeno per chi si occupi di tecnologie). La controversia tra Samsung ed Apple è la più furiosa e significativa, anche per la “magnitudo” dei risarcimenti richiesti, ma più in generale c’è un fiorire di contenziosi brevettuali (soprattutto, -ma non solo- inerenti alle tecnologie wireless) in tutto il mondo.

Dato che questa sorta di “tutti contro tutti” mi ha molto colpito, mi piacerebbe trarre alcuni spunti da alcune di queste recenti cause miliardarie -in Euro, o Dollari- che hanno riguardato importanti brevetti e hanno animato le cronache degli ultimi mesi. Non mi va certamente di scrivere una noiosa cronistoria di decisioni giudiziali, su cui chi voleva poteva già ben essere informato, ma piuttosto mi preme vedere se, da queste vicende, che sono tutte di rilevante stampo industriale, ci siano riflessioni che possano essere di interesse per le aziende tecnologiche italiane.

Quello che è certo è che il momento attuale è davvero scoppiettante: era dai tempi dell’ormai lontana querelle tra Apple (sempre loro) e Microsoft del 1988 -nella quale Steve Jobs accusò Bill Gates di copiare, con Windows, l'interfaccia grafica del Mac - che il grado della litigiosità tecnologica non toccava l’asprezza di quest’ultimo periodo. Basti pensare che nell'ultimo anno e mezzo, ad esempio, il solo sistema operativo di Google, Android, ha collezionato 27 cause brevettuali (inerenti, per inciso, a 37 brevetti). Sullo sfondo di tutto c’è, ovviamente, la mega-causa tra Apple e Samsung nella quale, notoriamente, un giudice californiano ha recentemente stabilito un maxi-risarcimento di 1,05 miliardi di dollari con i quali Samsung ha pagato il fatto di aver copiato le principali caratteristiche dei principali prodotti made in Apple: iPhone e iPad.
Ma, come detto, è proprio tutto il mondo dei brevetti tecnologici in fortissimo subbuglio.

Questo, almeno in parte, anche perché si sta facendo strada sempre più anche il fenomeno dei cosiddetti "patent troll", ovvero cioè quei titolari di privative che invece di utilizzare la proprietà intellettuale per difendere un prodotto dalla concorrenza, se ne servono per far cassa con i risarcimenti derivanti esclusivamente dai contenziosi.
Qualche mese fa, ad esempio, la Bedrock Computer Technologies ha vinto 5 milioni di dollari da Google in un pericoloso caso di brevetti software: una funzionalità di Linux usata nei server di Google avrebbe violato un brevetto di Bedrock. La Bedrock che nella sostanza non produce niente, ha intrapreso una strategia di accumulazione di brevetti a fini "commerciali" e questa causa è importante, non tanto per il “quantum”, dato che cinque milioni non possono rappresentare una perdita significativa per Google, quanto per il fatto che, da oggi, l’utilizzo di alcune funzionalità di Linux potrebbe essere piuttosto più complicato, anche in considerazione di questo precedente in termini.

Da questo punto di vista non consiglierei ad un’azienda italiana questa strategia: i troll prosperano dove ci sono tribunali veloci nell’irrogare sanzioni; rapidi nell’arrivare a sentenza e (soprattutto) “generosi” nella valutazione (anche punitiva) dei danni, caratteristiche queste, tutte, in special modo la terza, non proprio presenti nel nostro sistema giudiziale. Ma, anche dai troll qualcosa da imparare c’è, sia pure rielaborando la lezione: ci vuole tempismo, sempre, in ogni tipo di utilizzo di un brevetto. Anche quando si decidesse di acquisirlo, o di depositarlo, al solo fine di trascinare in giudizio chi lo usi.
I brevetti non utilizzati, infatti, possono dare adito a casi di licenza obbligatoria, per mezzo della quale il titolare del brevetto non utilizzato può essere obbligato a cedere licenza al terzo che invece utilizzi la tecnologia.
Da qui la necessità di apprendere (dai troll, per esempio) l’importanza di una strategia sui tempi: acquisire un brevetto, a prescindere dal titolo d’acquisto, deve significare sapere se, entro quanto e come usarlo, essendo in grado di capire i tempi di produzione, le esigenze sui vari mercati e, certamente, anche le varie decadenze legali in caso di ritardato/mancato uso.

Un’acquisizione brevettuale infatti può anche essere legata a finalità molto più nobili di quella di fare causa a tutti: un brevetto poco o nulla utilizzato potrebbe, a titolo d’esempio, far parte in un “cluster” che difende invece un brevetto “core” per l’azienda; potrebbe essere utilizzato per cercare profitti supplementari derivanti dalla concessione di licenze d’uso, o essere usato come “merce di scambio” per avere accesso a nuovi mercati. Oltre a una scientifica gestione dei tempi, dai troll si può anche imparare e si può mutuare (cum grano salis) un’agguerrita e strenua difesa dei propri diritti.

Su questo i troll sono imbattibili, et pour cause, dato che vivono di contenzioso, ma talvolta la aziende nazionali sono troppo timide al momento di fermare con decisione e fermezza i vari casi di utilizzo illecito da parte della concorrenza dei propri beni intangibili.

Ma che lezioni trarre dal comportamento di Samsung?
A leggere le cronache sui giornali sembra solo una grande azienda, avventata, che ha preso un durissimo colpo legale, di quelli che possono stendere anche un colosso del genere. E, in effetti, la pubblicità negativa derivante dalla condanna ha un effetto, inconscio, e quindi profondo, sui consumatori e che potrebbe durare nel tempo.
Ma, a ben vedere, le cose sono più complesse: non solo in tutti i procedimenti finora intentati da Apple contro Samsung in Asia (il vero mercato odierno) la società coreana è stata assolta, ma l’azienda rimane saldamente al primo posto nel mercato Tv e sta, persino, anzi, rubando quote ai rivali. Inoltre tre mesi fa ha annunciato 26 mila assunzioni (che, se non sbaglio i conti, la porterebbero a circa 380 mila dipendenti). E’ ancora la seconda azienda al mondo per numero di brevetti depositati (dopo IBM) e la prima, nell' information technology, per ricavi.

Si pensi che all’incirca un quinto del prodotto interno lordo della Corea del Sud è realizzato da Samsung che è monopolista assoluta in molti settori, e, per rimanere tale ha appena annunciato un piano di investimenti di 41 miliardi di dollari. E’ qui, ancora la tempistica è importante: solo nel corso di quest’anno le due grandi rivali del mondo della telefonia hanno depositato circa 1.000 brevetti per le tecnologie wireless.

Ora, tralasciando i contenziosi che questo stuolo di diritti di proprietà intellettuale si porterà con sé, è da rimarcarsi il tentativo di scavare un fossato tra sé e gli altri, di mettere un muro di diritti brevettuali tra le aziende e il resto del mondo. E qui l’Italia qualcosa da imparare ce l’ha: forse non c’è un’azienda nazionale che possa permettersi queste spese in R&D e un tale numero di depositi, ma le idee non ci mancano; le tecnologie innovative in molti settori vengono ancora dal nostro paese e quindi dobbiamo imparare dagli altri su cosa puntare davvero, per poi proteggerlo con le unghie e con i denti, come questi casi ci fanno ben vedere.

18-11-2012


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Commenti

Commenti

Marco | 24-11-2012 19:13
Si dovrebbe trarre dal comportamento di Samsung anche cosa non fare, però.

Germana | 22-11-2012 19:35
Interessante, bella panoramica. Grazie

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