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La Realtà Aumentata: il territorio dell’incontro possibile tra Analogici e Digitali.

Dai dialoghi con due visionari che, alla fine del secolo scorso, preannunciavano una nuova ed esternalizzata sensorialità, e con una coppia di creativi, che progettano realtà aumentate, emerge un obiettivo laborioso ma irrinunciabile: la fusione (innanzitutto culturale) dell’atomo con il bit.

di Marco Stancati

Chi come me appartiene, per data di nascita e strumenti culturali, all’universo degli analogici, ha la sensazione da una decina d’anni a questa parte di vivere quotidianamente sempre di più nella fantascienza.

Noi analogici, diventati più o meno laboriosamente immigrati digitali, viviamo lo stupore, venato talvolta di accenni di panico, davanti all’evolvere della tecnologia che progressivamente ci ha messo a disposizione dapprima il desiderato, poi lo sperato, successivamente anche l’impensato. E, sicuramente, l’inimmaginabile è già alle porte.
La velocizzazione della comunicazione è stata la prima acquisizione, la connessione costante e il tempo reale sono un traguardo di ieri, oggi stiamo già assaporando la possibilità di aggiungere informazioni ed elementi visivi digitali al nostro spazio tridimensionale naturale. Abbiamo insomma la possibilità di “aumentare” la realtà che ci circonda attraverso nuovi strati cognitivi digitalizzati, che si sovrappongono e s’interconnettono alle esperienze quotidiane alle quali siamo stati finora abituati.

La realtà aumentata, sinteticamente AR (Augmented Reality), ci da la possibilità di mescolare la percezione del mondo fisico e del mondo digitale realizzando una realtà arricchita e interattiva che, in prospettiva, dovrebbe richiedere minori (molto minori) competenze specialistiche per l’accesso ai media digitali. Insomma siate fiduciosi Uomini Analogici, il mondo digitale vi si dischiuderà senza pretendere il laborioso passaporto di ardue competenze specialistiche.

DDK e donna Assuntina. DDK sembrerebbe un marchio dell’automotive nordeuropeo. Invece è la sigla sintetica di uno dei Personal Brand più riconosciuti e seguiti: Derrick De Kerckhove, un sociologo delle culture connesse, da sempre un visionario che definirei “confermato a posteriori” (uno che ci piglia insomma, perché il futuro riesce a leggerlo non a vaticinarlo).
Già negli anni novanta osservava che l’uomo è da molto tempo alla ricerca di sensi aggiuntivi collocabili su supporti esterni, al di fuori cioè del suo corpo. Delle “periferiche” insomma che aumentano la capacità di memorizzazione e di cognizione dell’uomo e gli permettono di ampliare la realtà grazie a nuovi strati d’informazione digitale. Insomma una nuova sensorialità esternalizzata che permette a noi umani di “aumentare” la percezione della realtà mediante l’acquisizione d’informazioni digitali derivanti da banche dati, motori di ricerca, partecipazione a community e quant’altro.
Donna Assuntina di Ischia non conosceva DDK. Era, e forse è ancora, titolare di un piccolo esercizio commerciale di abbigliamento e merceria, incontrastata rappresentante di un famoso marchio di lana vergine “per tutta Casamicciola!”, come rivendicava con orgoglio quando l’ho conosciuta una dozzina di anni fa. Anche lei una visionaria, decisamente orientata sui futuri scenari del mercato. Con generosità mediterranea (senza tirarsela cioè) e con un linguaggio suggestivamente barocco-partenopeo, che purtroppo non so riprodurre per iscritto, era una sostenitrice inconsapevole del “Just In Time” e di quello che oggi definiremmo “Internet degli oggetti”.
“E quale modello volete?” disse Donna Assuntina mostrandomi quattro jeans appesi ad altrettante grucce fluttuanti sulle nostre teste. Questo a vita alta? Va bene! E le tasche quante ne volete? E come? Più alte, più basse…?”
Scoprii che c’erano altri dettagli modificabili. Perché sul modello basic (anzi “basìc” secondo una consolidata tendenza dei napoletani a mettere l’accento sull’ultima vocale), donna Assuntina era in grado “in due ore massimo, che nel frattempo potete mangiare il fritto di pesce da mio cugino Vincenzo che tiene la migliore Falanghina d’Ischia” di consegnare un jeans assolutamente personalizzato. Insomma il processo produttivo era decisamente ispirato al JIT (“appena in tempo”): donna Assuntina produceva quello che era stato già venduto invertendo la logica secolare di vendere quello che era stato già prodotto. E inoltre esaltava il livello di personalizzazione, chiamando il consumatore a collaborare alla progettazione stessa del jeans. Insomma il concetto stesso dell’odierno prosumer, con quindici anni d’anticipo, molto prima che la Rete e i Social Network ne facessero un fenomeno. Ma l’aspetto che maggiormente accosta il visionario nordico DDK e la visionaria mediterranea Assuntina è che quest’ultima tendeva, in qualche maniera, a mettere insieme il processo di JIT con la sensorialità esternalizzata.

DXDXVSDXDX e donna Assuntina. Donna Assuntina non sapeva nulla di sensorialità esternalizzata, realtà aumentata, di tecnologie touch screen, di display interattivi, di metodologie di tagging che rendono possibile incorporare informazioni e interattività direttamente all’interno di percorsi urbani, negli oggetti o nei capi d’abbigliamento. Tutta roba che era di là da venire a metà degli anni novanta, ma Assuntina aveva le idee chiarissime su che cosa la tecnologia avrebbe dovuto fare per lei, per il cliente e, ecumenicamente, per il “prossimo”. Sosteneva che dopo una certa età non si può chiedere alle persone di imparare l’uso di congegni complicati, ma erano le cose, gli oggetti che dovevano diventare intelligenti e rispondere automaticamente alle esigenze delle persone.
“Vedete…la gente (soprattutto gli uomini) si sfessano a provarsi i vestiti, allora io ho incollato sullo specchio l’ultimo modello di jeans. La gente si guarda e senza faticare ha, subito, almeno un’idea di come gli stanno. Ma servirebbe uno Specchio Magico che la gente si guarda e si vede davvero con i nuovi vestiti addosso, preciso preciso come se li avesse davvero indossati. Senza faticare a spogliarsi e vestirsi. Sono queste le scoperte che servono?! Avete capito?” Per capire, avevo capito ma sembrava una prospettiva fantascientifica. Invece, e ancora una volta con largo anticipo, donna Assuntina di Casamicciola aveva preconizzato il Magic Mirror che è un sistema per lo shopping in realtà aumentata lanciato, nella sua versione più attualizzata in 3D, da SRI International nel 2010, come m’informa un personaggio dal singolare nickname: Dxdxvsdxdx (diciamo Dx, per gli amici). “Mettendosi davanti a quello che sembra un normale specchio, il sistema permette ai clienti di vedersi mentre indossano vestiti, borse e altri accessori virtuali”. Il Magic Mirror - prosegue Dx - è basato sul sistema Kinetic di Microsoft, che nasce come dispositivo d’input pensato per i videogiochi, ed è in grado di creare un modello tridimensionale assai preciso dell’utente. E quindi consente un’esperienza di totale integrazione con le forme e i movimenti del suo corpo”.
Al secolo Dx risponde al nome di Salvatore Iaconesi, un ingegnere robotico, casualmente livornese per nascita ma con solide radici calabresi, esperto di tecnologie ubique, performer, designer, hacker e docente di “Sperimentazioni di Tecnologie e Comunicazioni Multimediali” alla Sapienza di Roma. E, inoltre e soprattutto, contestatore di ogni immaginario standardizzato dal potere (qualunque potere). Dx si presenta fisicamente come un mix, o meglio un remix, di Franco Battiato (da giovane), un santone indiano e il dott. Emmet Brown (lo scienziato stralunato di ritorno al futuro). Il look è da centro sociale proattivo, rivisitato senza esagerare.


Oriana e Salvatore, progettisti e artisti di AR e tecnologie ubique. Dx non viaggia da solo perché ha una compagna, musa e personal PR che risponde all’evocativo nome d’arte, se preferite nickname, di Penelope di Pixel. Look vagamente dark, un accenno di emo, il tutto in salsa mitopoietica postmoderna, Penelope (anche lei di solide e strutturate radici calabresi) è una grande comunicatrice della specie più rara: i divulgatori.
Fedele al patto di coppia “Ubi tu Caius, ego Caia” Penepole è sempre presente dove c’è il suo compagno. In chiaro: dove c’è Salvatore Iaconesi, c’è Oriana Persico. E viceversa. Oriana e Salvatore rendono evidente il concetto di sinergia. I loro interventi di divulgazione sulle tecnologie ubique e sulla realtà aumentata non sono mai una sommatoria ma un’integrazione funzionale che favorisce l’empatia con gli interlocutori attraverso un processo, implicito e costante, di feedback. Hanno anche un figlio virtuale: Angel-F, un’intelligenza artificiale che, curioso come tutti i bambini e nell’ansia di apprendere velocemente, è stato protagonista anche di qualche monelleria da spywere sulla Rete.

Insomma per approcciarmi al nuovo universo delle Tecnologie Ubique e della Realtà Aumentata ho avuto in Salvatore e compagna il mio Virgilio e la mia…Penelope. E li ho trascinati nel mio corso alla SAPIENZA di Roma a discutere con gli studenti su come e perché aumentare la realtà.
Li avevo conosciuti a Bari, e immediatamente ribattezzati “la premiata ditta Sal e Pen”, durante il Public Camp del dicembre 2010 organizzato dalla Regione Puglia, mentre presentavano REFF (Roma Europa Fake Factory), il loro libro sulla Realtà Aumentata infarcito di QRcode e Fiducial Marker. Quella sorta di odierni pittogrammi che se inquadrati, rispettivamente, dalla camera di uno smartphone o dalla webcam di un pc consentono al lettore il passaggio immediato dalla carta a contenuti multimediali immediatamente fruibili. Un sistema che è già nella nostra quotidianità. Stiamo leggendo, ad esempio, un articolo su Repubblica, sulle rivolte nel Nord Africa a margine del quale c’è una sorta di timbro quadrato in bianco e nero formato da moduli più piccoli: quello è un QRCode (Quick Response Code; codice di risposta rapida). Se lo inquadriamo con la camera del nostro smartphone, ci collegherà a Internet per farci vedere un filmato, o altri contenuti multimediali, che completano l’informazione sulla situazione in quei Paesi.
“Per quanto riguarda le condizioni d’ingresso delle informazioni digitali nella nostra quotidianità stiamo assistendo – ricorda la premiata ditta Salvatore & Oriana – a un profondo cambiamento: ai classici motori di ricerca si affiancano i sistemi dedicati all’interazione sociale tra le persone. Non soltanto quindi sistemi che consentono alle persone di interagire essenzialmente con data base (come fanno appunto i motori di ricerca), ma sistemi che fanno interagire tra loro le persone. Questo cambiamento incide appunto sul modo di accedere alle informazioni. In questo contesto, la Realtà Aumentata può aprire strade nuove e facilitate”.

Ciascuno di noi è un motore di ricerca. I social Network ci consentono sia di creare la nostra rete sociale costituita da nostri simili ai quali ci sentiamo legati da qualcosa che ci accomuna (passioni, affetti, collaborazione professionale, condivisione di progetti e quant’altro) sia di utilizzare le informazioni che tutte queste persone selezionano costantemente sulla rete attraverso una costante opera di ricerca, filtro e selezione. In sostanza tutti noi ci trasformiamo in micromotori di ricerca evoluti che mettono a disposizione degli altri il frutto, cioè i contenuti, di quest’attività di ricerca ed elaborazione. Soprattutto mediante i dispositivi mobile, come gli smartphone, che ormai sono diventati una nostra appendice irrinunciabile e, quindi, “naturale”.
“I contenuti della realtà aumentata ben si prestano a essere ospitati dai dispositivi mobile perché - prosegue Salvatore – questi dispositivi mettono a disposizione sia gli strumenti tecnologici che consentono di gestire il nostro ecosistema d’informazioni (aggregando, filtrando, selezionando) sia le applicazioni che consentono di utilizzare la nostra rete sociale per creare processi organici cooperativi”. Puoi esemplificare Salvatore? Certo che può farlo: “Fino ad oggi Google Maps ci ha consentito di individuare il percorso più rapido o più breve per giungere a destinazione. Adesso possiamo anche decidere di avere un’informazione più qualitativa in termini di rilevanza, ricchezza ed emozionalità dell’informazione chiedendo di essere guidati a destinazione attraverso il percorso panoramicamente più attraente secondo il parere di nostri amici che hanno già avuto esperienza di quei luoghi e che li hanno tracciati”. E come avviene, Salvatore? “Quando attraversiamo un luogo, possiamo decidere che vale la pena di commentarlo o di fornire notizie caratterizzanti (storiche, turistiche, gastronomiche…). Con il telefonino giriamo un video o scattiamo delle foto, registriamo il commento con le notizie, eseguiamo l’upload (il caricamento) sulla Rete inserendo anche alcune parole chiave che consentano ai sistemi semantici di rintracciare il nostro intervento. Da quel momento tutte le persone che attraverseranno quel luogo avranno la possibilità di utilizzare e interagire con gli elementi di conoscenza che abbiamo fornito integrandoli, modificandoli, redistribuendoli”.

I libri ci parlano, le sardine lo faranno. Un amico tornato di recente dal Giappone mi raccontava che, semplicemente prendendo un libro sullo scaffale di una certa libreria, potevi visualizzare immediatamente sul cellulare le recensioni dei lettori in genere, degli amici della community, il parere dei critici e una sorta di punteggio complessivo di qualità. Pratica quotidiana quindi, non progetto futuribile.
Come pure sarebbe già possibile, grazie ad Internet e alla possibilità di identificare singoli oggetti, creare immagini virtuali di ciascun oggetto associandogli informazioni e servizi. In questo modo, ad esempio, potremmo inquadrare con la fotocamera del nostro smartphone una scatola di sardine e scoprire se questa contiene ingredienti che l’allergologo ci ha proibito; potremmo inquadrare il monumento di Anita al Gianicolo e scoprire che possiamo ascoltarne la storia rivista e riproposta da un Comitato Pari Opportunità stufo delle versioni stereotipate; potremmo dialogare con il nostro Ficus Benjamin per sapere, finalmente, se è l’acqua che gli diamo è troppa o e poca, potremmo rintracciare e rimboccare la batteria della Smart senza smontare la macchina…

Con la possibilità di associare bit e atomi, mondo fisico e mondo virtuale, si aprono prospettive assolutamente nuove e per certi aspetti stupefacenti, che in prospettiva potranno cambiare il nostro rapporto non solo con gli altri, ma con il contesto fisico fatto di luoghi e di oggetti. In Italia il 48% della popolazione utilizza Internet (ma di questi soltanto meno della metà ne fa un uso evoluto, oltre cioè la lettura delle news e l’uso della posta elettronica): in altri termini la maggior parte degli italiani non riesce a fondere la quotidianità fisica con quella virtuale, l’anima analogica con quella digitale. La realtà aumentata e le tecnologie pervasive possono favorire questa integrazione rendendo definitivamente chiaro che il virtuale è estremamente concreto, che la nuova Knowledge Economy (economia della conoscenza) non può rinunciare al patrimonio cognitivo, esperienziale, metaforico degli analogici che, se travasato sulla Rete, innesterebbe nuovi processi di partecipazione collettiva e rielaborazione cognitiva con esiti d’innovazione. Il Sistema Paese Italia ne avrebbe, anzi ne ha, enormemente bisogno anche ai fini di una nuova alleanza tra generazioni per progetti comuni. Ovviamente bisogna uscire dal rischio di una Realtà Aumentata concepita solo come l’ultima diavoleria di pubblicitari in crisi d’ispirazione. Insomma usata solo per gli effetti speciali, per nuove forme di marketing pseudoesperenziale o di pubblicità emozionale. Senza negare la legittimità di nuove forme di advertising, abbiamo visto che l’AR può avere, e già ha, usi estremamente concreti, utili, produttivi. Potrebbe anzi addirittura difenderci dall’invasione dell’informazione non desiderata, aiutandoci a sostituire nel nostro campo visivo i messaggi pubblicitari con le immagini di opere d’arte o con informazioni storiche sui luoghi.

Il nuovo territorio comune: lo domineremo o ne saremo dominati? Siamo passati in pochissimo tempo dai calcolatori in ambienti presidiati sacralmente da tecnici in camice bianco, al personal computer da scrivania, al laptop, ai palmari, ai tablet. E progressivamente questi dispositivi si sono adattati alle nostre esigenze: apparecchiature sempre meno ingombranti e sempre più intelligenti. Ma l’evoluzione – confermano Sal e Pen - tenderà a rendere questi apparati impercettibili e a integrarli con ogni aspetto della nostra vita: dovunque e in ogni oggetto potranno esserci microchip, sensori, trasmettitori che ci circonderanno in ogni istante e faranno parte dell'arredamento così come degli oggetti tradizionali della casa, dell'ufficio, del centro commerciale.
E tutto questo richiederà sempre meno competenze specialistiche e gesti sempre più naturali. Dal punto di vista dell’eliminazione dello stress per l’acquisizione un sapere tecnologico, laborioso da acquisire per gli analogici, sembra un’ottima notizia e una prospettiva rassicurante.

Ma c’è sempre uno studioso in agguato che ci ricorda che l’innovazione non può non avere una doppia faccia. Il nostro si chiama Adam Greenfield, autore di “Everyware: The Dawning Age of Ubiquitous Computing”, che ci mette di fronte al rischio che le tecnologie ubique e pervasive sviluppino "comportamenti imprevedibili e indesiderabili". Insomma il Grande Fratello, nella sua versione post moderna, è sempre in agguato!
Occorrono, per Adam, contromisure preventive: una sorta di scudo antintrusione. Il network ubiquo prossimo venturo deve “auto-identificarsi agli occhi dell'utente, deve rispettare i tratti architettonici e l'aspetto esteriore delle strutture in cui è inglobato e deve soprattutto essere predisposto per il rifiuto e la disattivazione del controllo da parte dell'utilizzatore”. Anche questo non era sfuggito a donna Assuntina, microimprenditrice visionaria di Casamicciola. Lo Specchio Magico doveva essere intelligente ma… controllabile: se il cliente è d’accordo “appiccio ‘a magia” (accendo la magia, il sistema), altrimenti “’sta stutato” (resta spento; non me ne servo insomma).
Certo la realtà dovremmo decidere noi di aumentarla, nel tempo e nello spazio. Dovremmo.

L'autore: Marco Stancati è consulente direzionale, docente di Pianificazione dei Media alla SAPIENZA di Roma, Direttore responsabile della Rivista scientifica dell’Inail
 

26-5-2011


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Commenti

Commenti

Laura Arcieri | 2-6-2011 16:42
Una narrazione brillante e sagace che guida alla scoperta della realtà aumentata senza eccessivi tecnicismi quanto piuttosto con originali tocchi ironici, con un approccio semplice e al tempo stesso organico e completo.

[ 1 ]













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