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La persona al centro: una diversa prospettiva

La crisi economica ci porta a riconsiderare i fondamentali dell'impresa: collaboratori, manager, persone. Una visione e un orizzonte chiaro è ciò che distingue le organizzazioni sane da quelle malate.

di Rosanna Celestino

Lo spaesamento prodotto dall’attuale crisi, che dalla finanza si è rapidamente estesa all’economia “reale”,alla quotidianità, ci porta all’immobilità o al parossismo: fermi in attesa che accada qualcosa o in un vortice di automatismi che impedisce di guardare e soprattutto di cambiare punto di vista. Non è e non sarà facile superare questo momento ma difficilmente la crisi si supererà riproponendo lo stesso sistema di produzione/consumo, lo stesso modello di profittabilità. Non possiamo semplicemente augurarci, come il grande De Filippo “deve passare la nottata”. Le cose devono cambiare: ora non sappiamo ancora definire il disegno del cambiamento, ma certo si tratterà di un diverso paradigma, di un diverso modo di vedere le cose, di una prospettiva diversa nella quale la persona tornerà al centro del successo dell’impresa.
Seppure da anni la letteratura e una parte di pratica organizzativa dichiarino la centralità della persona nel successo dell’Azienda, la realtà quotidiana è lontanissima dalle dichiarazioni. Eppure il rapporto tra benessere delle persone, produttività e redditività è stretto e fortemente connesso. Ma fino ad oggi, così come accade ad esempio con il protocollo di Kyoto, nonostante la conoscenza razionale e la consapevolezza concreta dei danni del “disimpegno” (verso il benessere delle persone e/o del clima), si continua in maniera automatica, quasi compulsiva, a perseguire una politica del profitto che penalizza e mortifica l’unico valore reale dell’Azienda: le sue persone, appunto, la loro intelligenza, la loro passione.

Il primato della finanza sull’impresa, così come delle incompetenze sulla competenza manageriale, hanno mostrato tutta la loro capacità distruttiva. Ora bisogna ricominciare e ricominciare dalle persone. Nel novembre 2006 ho avviato una ricerca sul tema della cultura del benessere nelle organizzazioni: era mia intenzione continuare il lavoro avviato con il libro “Team building, fare squadra nelle organizzazioni”, andando alle radici di quel benessere che rende possibile e concreta la partecipazione attiva delle persone nei progetti aziendali.
Ho incontrato molti manager e imprenditori ma il libro che doveva raccogliere testimonianze ed esperienze non sono ancora riuscita a scriverlo. Perché? Perché volendo essere un lavoro di ricognizione del reale piuttosto che un’opera teorica, troppe volte mi sono trovata di fronte a quello “svuotamento di senso” prodotto dalla distanza tra dichiarato e agito.

Troppo spesso mi sono trovata di fronte a montagne di codici etici, procedure comportamentali, statuti interni, bilanci intangibili, brand identity, certificazioni ISO di varia natura… Parole non agganciate a comportamenti osservabili, esperienze dirette, testimonianze informali.
Il concetto di ben-essere nelle organizzazioni si riferisce al modo in cui una persona vive la relazione con l'organizzazione in cui lavora: tanto più una persona sente di appartenere all'organizzazione, perché ne condivide la cultura, tanto più “sta bene”, si sente a proprio agio ed è in grado di dispiegare il proprio potenziale. Tanto più la cultura organizzativa, intesa come insieme di abitudini, attitudini, credenze e valori, è trasparente e condivisa, tanto più le persone sono in grado di rispondere velocemente ai cambiamenti dell’ambiente interno ed esterno, di rispondere positivamente all’instabilità e all’incertezza, di trovare motivazione nel lavoro e innovazione nell’affrontare i problemi.
Nell’epoca dell’iper-competizione, dell’incertezza, della velocità e del cambiamento continuo, l’ancoraggio ai valori è fondamentale: la coerenza tra dichiarato ed agito è una vera sfida per le organizzazioni. Se è vero che la competizione si gioca sul fattore più adattabile e imprevedibile dell’organizzazione, la persona, promuovere il ben-essere può essere un buon investimento: promuovere ben-essere significa poter contare su risorse “intelligenti” e su capacità quali cooperazione, responsabilità ed innovazione.

In una conversazione con Pier Luigi Celli sul tema del benessere nelle organizzazioni, chiesi: qual è, se c’è, la caratteristica che distingue aziende sane da aziende malate? La stessa che distingue le persone: la posizione. La persona
malata è distesa, gli manca la prospettiva. La persona sana ha una posizione eretta, può guardarsi intorno. Ha un orizzonte. Una visione. Molte aziende si sono ammalate perché hanno impedito a se stesse di avere uno sguardo verso il futuro, di osservare la realtà circostante, di porsi così in un atteggiamento etico, responsabile, capace di immaginarsi, di progettarsi. Possiamo veramente cambiare la realtà delle cose solo cambiando il modo in cui guardiamo le cose intorno a noi.

4-12-2008

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