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Pianificare per evitare le emergenze

Gli italiani sembrano essere portati più ad agire che a pensare, ad occuparsi delle emergenze piuttosto che a cercare di limitarle. I vantaggi della pianificazione in ambito professionale.

di Rosvanna Lattarulo

Ormai il sisma dell’Abruzzo sembra essere passato in secondo piano. Un fenomeno, quello del boom di informazione concentrata sul sisma abruzzese che mi induce a riflettere su quanto noi italiani siamo bravi ad affrontare eventi anche drammatici, in maniera tutto sommato soddisfacente.
Il sisma abruzzese è solo uno dei tanti esempi che possiamo trarre dalla cronaca italiana che la dice lunga sulla nostra propensione a reagire ad accadimenti che sembrano improvvisi ma che, in realtà, potrebbero essere almeno in parte previsti e, quindi, evitati.
Gestire un evento imprevisto costituisce, di sicuro, una bella competenza che ci si può spendere in un colloquio lavorativo. Ma ritengo che un’azienda debba valutare con un’attenzione ancora superiore la capacità di una risorsa a pianificare e gestire la vita aziendale ordinaria.

Perché da consulente ho continuamente a che fare con realtà produttive di medio-piccole e non solo. E le realtà che tratto in molti casi si connotano per un’operatività dettata da continue emergenze.
Una situazione che potrebbe sembrare paradossale, se si pensa che Wikipedia definisce l’emergenza “un fenomeno inaspettato e imprevedibile” che ha un inizio ed una fine ben precisa. Nelle imprese invece le emergenze sembrano non terminare mai, diventando quindi uno stato costante che probabilmente è il frutto di qualche carenza di carattere gestionale o organizzativo.
La propensione ad operare in emergenza costituisce un approccio gestionale discutibile, frutto di un metodo lavorativo che spesso non è tarato sulle effettive esigenze o risorse di cui un’impresa è dotata.
Quando mi trovo di fronte ad un’impresa che lavora in continua emergenza, suggerisco di fare qualche valutazione di natura organizzativa per verificare, ad esempio, che non vi siano risorse mal allocate o sprechi che appesantiscono la gestione aziendale.
Un’impresa che a tutti i livelli, dal management fino ai gradini più bassi, agisce seguendo l’emergenza del momento, finisce con il subire le situazioni. Non riesce a governare il mercato, non è in grado di scegliere la strada da percorrere, non realizza scelte strategiche fondamentali per la crescita e lo sviluppo nel medio-lungo periodo.
Sono convinta che imprenditori e manager che governano le imprese debbano dare maggiore centralità alla pianificazione, debbano concretamente investire tempo e risorse nella definizione di aspetti chiave nella gestione d’impresa (definizione di obiettivi, priorità, risorse, offerta, ecc.).

La pianificazione del business aiuta a definire ed organizzare le linee di sviluppo di un’attività imprenditoriale. E’ il risultato di continui confronti con i collaboratori, di analisi interne ed esterne, di scelte strategiche in termini di definizione di obiettivi ed attività. Si concretizza in un documento, il business plan, che costituisce secondo Federico Montelli, direttore di Formaper, (fonte: Affari Italiani) azienda speciale della Camera di commercio di Milano « uno strumento di lavoro, di riflessione sull'idea e di comunicazione. Di lavoro perché è utilizzato per pianificare le attività, di riflessione perché è utilissimo per avere spunti di miglioramento e focalizzazione sull'idea di business, e di comunicazione perché è essenziale per richiedere un finanziamento, per spiegare l'idea sia a eventuali soci che a fornitori o clienti».
In esso sono riportate le principali risposte che un’azienda dovrebbe trovare in fase di definizione della propria strategia (quali sono i valori aziendali e la mission della mia impresa, quali obiettivi intendo raggiungere, in cosa consiste la mia offerta, quale è il mio target di riferimento, quali sono le risorse necessarie per la gestire del business (finanziarie, umane, tecnologiche, ecc.), quali i risultati economici attesi.
Purtroppo ancora oggi il business plan è uno strumento che solo poche imprese possono vantare. Molti imprenditori italiani sembrano non coglierne l’effettiva importanza. “Il nostro Paese – secondo Carlo Alberto Carnevale-Maffè, docente di strategia della Sda Bocconi - è uno di quelli a più alta propensione all'imprenditorialità, ma le imprese nate intorno ad un business plan sono pochissime. E' uno strumento tipicamente anglosassone, fatto per rendere oggettiva e formalizzata la visione imprenditoriale e per discutere con gli altri stakeholder”.

Per contribuire a creare una nuova cultura d’impresa più orientata alla prevenzione che alla cura, spesso consiglio ai miei clienti di redigere un piano di sviluppo del business. L’esperienza sin qui maturata mi insegna, infatti, che una gestione moderna di un business passi inevitabilmente attraverso una attenta pianificazione e precise scelte strategiche coerenti con il business e la mission aziendale, non sempre allineate tra loro.
La redazione di un business plan nell’immediato aiuta a valutare l’effettiva fattibilità di un business, a chiarirsi le idee; nel medio-lungo periodo consente di limitare i rischi imprenditoriali, ridurre gli stati d’ansia e di stress che spesso accompagnano la gestione di una realtà produttive, abbattere la percentuale di insuccesso nel lancio di nuovi business: oggi circa il 50% delle nuove imprese che aprono in Europa chiude entro i primi 5 anni di attività. Un dato che impone una riflessione ed un cambio di rotta nel lancio di nuove attività.

1-6-2009

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