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L'uscita dalla crisi passa attraverso il "fare Rete". L'intervista a Domenico Palmieri.
Il Presidente di A.I.P, Associazione Italiana Politiche Industriali è ottimista sul panorama italiano quando si parla di "fare Rete". Ad Eccellere spiega così il lavoro di A.I.P. e gli ultimi progetti in cantiere.
di
Enrico Ratto
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Domenico Palmieri,
Presidente A.I.P.
Associazione Italiana Politiche Industriali
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Secondo Domenico Palmieri, Presidente, A.I.P. (Associazione Italiana Politiche Industriali), le dimensioni delle imprese italiane non sono una discriminante, quanto un punto di partenza per avviare una competizione a livello internazionale.
Le PMI possono competere, certo, ma a patto che seguano regole di sviluppo rigorose e adatte alla loro realtà. E che "facciano rete". Perchè le PMI sono anche le aziende che più hanno bisogno di "fare Rete", come spiega A.I.P. nel libro che sarà presentato il prossimo 1 dicembre presso la sede romana di Confindustria.
Ing. Palmieri, dopo gli ultimi, difficili 24 mesi, e osservando il panorama internazionale (USA, ma anche Francia…) quale è il sentimento verso le piccole e medie dimensioni delle imprese italiane?
Le dimensioni delle nostre imprese sono mediamente modeste e questa è una caratteristica strutturale del nostro sistema industriale che crea indubbiamente un ostacolo oggettivo alla competizione sui mercati allargati su cui si opera oggi.
Questa difficoltà rischia di rendere più gravi le conseguenze delle crisi congiunturali e più difficile la ripresa.
La dimensione, tuttavia, rappresenta una criticità non una discriminante, nel senso che si può ovviamente competere e uscire dalla crisi anche avendo queste caratteristiche, ma, a certe condizioni, come A.I.P ha cercato di indicare con la sua ricerca e il suo libro “Modelli di crescita per le PMI” 2007 - Ed. Il Sole 24 Ore. Resto quindi positivo sul nostro sistema industriale se saprà operare in profondità per sciogliere questi suoi nodi.
Per anni si è parlato di innovazione e internazionalizzazione. Sono bussole ancora valide? Quale dovrà essere, a suo parere, il “faro”che la politica e il mondo della rappresentanza imprenditoriale dovranno avere per risollevare l’economia reale, di prodotto, di impresa?
Certamente restano bussole valide: bisogna però allargarne il significato.
Innovazione non deve essere solo tecnologica e quindi di processo o prodotto, ma anche organizzativa e più in generale del modo di fare impresa.
Internazionalizzazione non dovrà essere intesa solo come aggressione ai mercati esteri considerati esclusivamente mercati di vendita o di delocalizzazione produttiva.
Il percorso è più complesso ed integrato e in questo senso infrastrutture di sostegno delle istituzioni di promozione anche dello Stato e del sistema bancario, non solo considerato come erogatore credito, saranno essenziali.
In terzo luogo, le politiche di sostegno dovranno essere più mirate e meno per settori o per territorio.
Che cosa intende A.I.P. quando parla di “scelte endogene” per lo sviluppo?
Quando parliamo di questo tipo di scelte vogliamo riferirci a quelle scelte che di solito maturano all’interno di ogni singola azienda in dipendenza del profilo imprenditoriale di ciascuna di esse, della sua storia, delle sue competenze, delle fasi di sviluppo che essa attraversa.
Trattasi, in pratica, del complesso di obiettivi e azioni, espliciti o impliciti che ogni azienda di fatto persegue sulla base delle valutazioni dei mercati fatte dall’interno dell’azienda.
Queste oggi a noi sembrano essenziali e importanti¸ ma non più sufficienti in un’epoca in cui anche l’economia diventa una economia delle conoscenze. Il quarto capitalismo delle piccole dimensioni non sopravvive senza collegamenti con l’esterno, e cioè solo in base a forze e intuizioni “endogene”, cioè nate solo dal di dentro.
A.I.P. sta per presentare la sua ultima pubblicazione “Fare Reti d’impresa. Dai nodi distrettuali alle maglie lunghe: una nuova dimensione per competere”. Quanto vede impegnati gli imprenditori italiani a “fare rete”, dal suo osservatorio?
Potrei rispondere seccamente: molto, moltissimo.
Già il fatto che la nostra ultima fatica venga il 1° dicembre prossimo presentata in Confindustria a Viale dell’Astronomia, cioè nel prestigioso tempio centrale dell’imprenditoria, parla da sé.
Ma non basta. Durante le prime due fasi del nostro lavoro, che hanno portato alla pubblicazione dei primi due libri sulle reti, noi stessi siamo rimasti sorpresi dall’aver individuato, senza alcuna attività di censimento, ben 91 casi di reti già funzionanti, descritti con singole schede nel secondo volume, a fronte di circa 100/110 distretti industriali che vivono da oltre 40 anni e indicati come attivi. La ampiezza di casistica ha sorpreso anche noi, ripeto, e ha confortato il nostro lavoro, confermandoci che le Reti nascono dal campo: A.I.P. è stata solo la prima a individuarle e razionalizzarne i contenuti e le modalità di funzionamento.
Noi abbiamo sentito il bisogno di continuare il percorso iniziato 4/5 anni fa con il nostro volume “Modelli di crescita delle PMI”, di cui si è detto, e del volume dello scorso anno “Reti di impresa oltre i distretti” 2008 - Ed. Il Sole 24 Ore, proprio per una esigenza di coinvolgimento ulteriore e più ampio.
Questi lavori sono stati presentati in Confindustria a Roma e poi dibattuti in molte sedi provinciali di Confindustria e Camera di Commercio lungo tutto lo scorso anno, proprio perché abbiamo riscontrato una grande attenzione e interesse a questa nuova frontiera del fare business, e in genere impresa, da parte degli operatori.
D’altronde A.I.P. è una singolare associazione cui aderiscono persone fisiche, imprese, istituti bancari, esponenti di università, e si pone quindi come un “crogiolo”di stimoli e punti di vista sulla economia spesso molto diversi ma sempre dal concreto, al di là delle posizioni ufficiali e teoriche: non avremmo mai potuto portare avanti un lavoro in cui non fossero fortemente coinvolti gli operatori. Si può dire piuttosto che poiché stiamo offrendo modelli alternativi anche se indissolubilmente innestati nell’esistente, il percorso cognitivo e di coinvolgimento da fare è profondo e questo richiede adesioni “di testa e di pancia” non estemporanee.
Non a caso, ripeto, A.I.P. sta completando un percorso con la trilogia che ha finora realizzato con la individuazione dell’esigenza (2007); con la descrizione del da fare e del “cos’è la rete” (2008); e del come si fa una rete (2009); di cui al libro cui si è fatto riferimento. Siamo molto positivi sulle risposte ottenute dal campo e quindi ottimisti sulle prospettive future anche immediate: la uscita dalla crisi passa anche, e forse soprattutto, attraverso questo tipo di soluzioni e competenze.
Come si può concretizzare “la Rete che molti imprenditori, anche e forse soprattutto PMI, vedono come qualcosa di positivo da realizzare, ma anche come qualcosa di molto astratto?”
Non mi è possibile rispondere con una formula standard, il percorso è articolato e perciò appare a prima vista complesso o astratto come indica la domanda.
Al contrario il discorso può diventare molto semplice se lo si penetra e quindi lo si conosce.
E questo è anche l’obiettivo di A.I.P. sul breve, diciamo per il 2010, quando pur continuando a riflettere sulle idee (in particolare sul rapporto Banche/Imprese), i suoi esperti saranno sui territori a discutere con gli operatori e anche a realizzare, ove richiesto, casi di rete che si porranno come esempi piloti, coordinando le risorse locali.
La estrema concretezza di questi passaggi è garantita d’altra parte da almeno quattro caratteristiche di questa proposta al sistema industriale italiano:
1) L’esperienza di campo degli operatori di A.I.P. innanzitutto, che fondono capacità di razionalizzazione e ampie esperienze operative;
2) Il coinvolgimento di importanti associazioni di categoria per la diffusione e promozione delle reti di impresa: Confindustria in prima fila, la Confartigianato e CNA immediatamente in rincalzo.
Confindustria ha addirittura costituito il 28/10 u.s. una Agenzia per lo sviluppo delle Reti sui territori: RetImpresa;
3) Il legislatore per la prima volta in tempo reale ha varato innovative norme di legge con il riconoscimento formale del “Contratto di Rete”, importante e concreto passaggio per il primo gradino nella costruzione di Reti;
4) Le Reti superano ma non sono contro i territori e i distretti, la cui prospettiva di vita, e sopravvivenza nel quarto capitalismo, nella economia globale e nella economia della conoscenza, tuttavia risiede nella capacità di diventare importanti nodi di una Rete. Le reti sono innestate nell’esistente.
6-11-2009
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