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Complessità: landscape teamwork experience

Piuttosto che cercare di costringere la realtà ad una linearità che non le appartiene, potrebbe essere interessante allenarsi a confrontarsi con ciò che è incompatibile, contraddittorio, incerto ed ambiguo, con ciò di cui si possono avere varie e contrastati de-scrizioni.

di Rosanna Celestino

L’unica certezza è l’incertezza! È un’affermazione solo apparentemente paradossale perché essa descrivere, piuttosto bene, la difficoltà del confronto tra il bisogno di certezza proprio della nostra cultura, figlia di una logica lineare, e la “vita” che è, viceversa, contraddistinta da discontinuità e ambiguità. Da più di due decenni il nome di questo confronto e delle difficoltà che ne conseguono è complessità.
Dare il nome alle cose non sempre le rende più comprensibili e questo è, senza dubbio, il caso della complessità. La complessità è un fenomeno naturale che si manifesta quando più elementi, sistemi, organi, connessi tra loro,  s’influenzano reciprocamente producendo cambiamenti imprevedibili.

La riflessione sulla complessità, sia a livello scientifico sia filosofico, parte dall’osservazione e studio dei fenomeni atmosferici. È per questo motivo che la più famosa metafora sulla complessità è quella della farfalla che sbatte le ali nel cielo di Pechino e produce un uragano nel Golfo del Messico: piccoli cambiamenti all’interno di un sistema possono produrre cambiamenti imprevedibili in altri sistemi connessi e molto lontani.
Per un serio e piacevole approfondimento ricordo al lettore interessato il classico “La sfida della complessità” di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti (Edizioni Feltrinelli).
L’incertezza, l’ambiguità, l’incompatibilità, la contraddizione, nonostante tutti gli sforzi per definire modelli “certi”, dominano la nostra esperienza.
Forse, piuttosto che cercare di costringere la realtà ad una linearità che non le appartiene, potrebbe essere interessante allenarsi a confrontarsi con ciò che è incompatibile, contraddittorio, incerto ed ambiguo, con ciò di cui si
possono avere varie e contrastati de-scrizioni, ciò che è, o appare, incongruente all’interno o in riferimento ad una determinata configurazione.

Uno strumento interessante è il LANDSCAPE. Si tratta è un “gioco didattico” che ha radici lontane: il tradizionale gioco di costruzioni dei bambini in età prescolare focalizzato sull’abilità manuale, sul riconoscimento delle forme,
la capacità combinatoria; il “test del villaggio” di H. Arthus nel quale l’organizzazione di semplici elementi (casa, albero, persona, animale) è l’oggetto di osservazione per l’analisi, dalla preadolescenza in avanti, del livello di conformismo, dell’intelligenza pratica e teorica, della socialità e dell’orientamento della personalità; il “paesaggio” proposto da Riccardo Massa e Angelo M. Franza nel progetto “La Clinica della Formazione” (1992), rivolto ad educatori, nel quale la costruzione diventa da individuale a corale e l’osservazione si concentra sull’esperienza e sul vissuto dei partecipanti.
Da questa tradizione e da queste esperienze, la mia elaborazione trae la propria struttura, consolidatasi in anni di lavoro sul campo: esplorare, raccontare, visualizzare il pensiero attraverso la costruzione di un paesaggio, attraverso un “manufatto”, una “manipolazione” di materie e materiali diversi. Sul tema materia e materiali suggerisco il bellissimo saggio di Eleonora Fiorani “Leggere i materiali” Edizione Lupetti.
Il concetto di paesaggio, inteso come aspetto generale di un luogo, di un habitat, quale appare quando lo si abbraccia con lo sguardo e, in senso più esteso, come la “conformazione di un territorio” che risulta dall’insieme
degli aspetti fisici, biologici, antropici e culturali, è la migliore metafora per indagare il “pensiero”, la percezione, l’immaginazione, la proiezione, il desiderio su un “oggetto”. Il paesaggio fornisce una visione d’insieme che muta in funzione dell’osservatore, del “clima”, degli interventi volontari e involontari dell’uomo, dei suoi bisogni, della sua cultura. Il paesaggio è vivo e dinamico e racconta molto di sé, di chi lo abita e di chi lo guarda.
Il LANDACAPE ci permette di osservare un’organizzazione attraverso la percezione e la proiezione delle persone che in essa vivono, le sue relazioni, le sue regole esplicite ed implicite, i suoi valori, la sua visione, la sua immagine, la sua promessa e il suo agire concreto; di osservare le connessioni, le contraddizioni, gli archetipi di concetti come democrazia, cooperazione, innovazione o benessere.
LANDSCAPE è un dispositivo metaforico che permette di lavorare su due piani: un piano simbolico/proiettivo, nel quale il paesaggio costruito è la rappresentazione di un concetto o dell’identità di un’organizzazione e un piano letterale, nel quale la costruzione del paesaggio è l’azione attraverso la quale osservare i comportamenti, le relazioni interpersonali tra conflitto e cooperazione, gli influenzamenti, le capacità di analisi e realizzazione, la creatività.
Una nota sul nome: perché “landscape” e non “paesaggio”? In questo caso la parola inglese descrive meglio lo strumento: la parola landscape è formata da land/terra e scape/panorama e questa combinazione evidenzia il rapporto “locale e globale”, “particolare e generale”, proprio del dispositivo.
Caratteristica di LANDSCAPE è la presenza, nel dettagliato protocollo dei materiali di costruzione, di elementi incompatibili, di oggetti incongruenti. Assemblare elementi costruttivi incompatibili, far convivere e dialogare in un unico “territorio”, oggetti contraddittori, incongruenti per significato o dimensioni, è il “salto logico” che permette di superare l’idea di linearità e continuità e trovare soluzioni in grado di mettere in relazione, di connettere ambiguità, iscontinuità, diversità. È un gioco, ma sappiano che non c’è nulla di più serio di un gioco. Può essere interessante fare qualche esempio aziendale.
Nel 2001, per Loctite, oggi gruppo Henkel, ho usato il LANDSCAPE in un progetto di sviluppo manageriale focalizzato sull’identificazione di un modello di leadership partecipativa e su un nuovo assetto organizzativo. Dai paesaggi creati sono emersi atteggiamenti mentali e soluzioni organizzative, timori consapevoli e non e capacità di risoluzione dei conflitti. Un salto qualitativo è stato prodotto dall’osservazione della varietà dei “paesaggi” prodotti: pur essendo identici i materiali assegnati, i risultati presentavano caratteristiche molto diverse a conferma che dati obiettivi e risorse simili, la differenza la fanno le persone.
Nel 2006, per Illycaffè, ho seguito la formazione di un gruppo di project manager. Lavorare per progetti vuol dire prima di tutto avere delle idee che possano essere ottimizzate e realizzate attraverso un metodo. E le idee risiedono nelle esperienze, nei desideri e nei sogni delle persone. Il LANDSCAPE è stato lo strumento attraverso il quale si è sviluppato il talento di integrare le differenze, di ottimizzare le risorse, di coniugare immaginazione e concretezza, invenzione e utilità. Per fissare l’esperienza è stata prodotta, nello stesso anno, una speciale “illycollection” con la pubblicazione delle creazioni dei gruppi coinvolti.
Da quest’anno, LANDSCAPE sarà uno degli strumenti di BrandInsight, un nuovo servizio messo a punto da RobilantAssociati.
BrandInsight è una istantanea della forza del brand che verifica il grado di armonia tra il chi sono, il che cosa prometto e come lo comunico; evidenzia risorse, potenzialità e criticità in suo possesso; fornisce chiare indicazioni circa l’orientamento delle azioni future. Per noi l’identità dell’azienda e il talento della marca sono la migliore guida all’azione. Un approccio semplice ma, come scrive l’antropologo Christopher Hallpike, “la semplicità è una sintesi artistica”.

19-5-2009

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