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La riscoperta del segreto industriale
Se un’impresa decide di proteggere una propria invenzione, essa dovrà affrontare una scelta: ricorrere al segreto industriale, brevettarla, oppure renderla di pubblico dominio. Ecco i pro e i contro di queste scelte.
di
Cristiano Alliney

L’esempio della Coca-Cola mi annoia sempre ogni volta che parlo di segreto industriale, ma non riesco mai a fornirne uno migliore, di così immediata percezione e straordinario successo: a più di un secolo dal suo lancio ufficiale il “mistero” sulla composizione della bibita rimane inviolato sebbene la bevanda si venda praticamente in tutti gli esercizi commerciali di bar, pub, alberghi e ristorazione, su scala planetaria e dal lontano 1886.
Ragionando in termini di mercato, in effetti, nulla può essere più esclusivo di un prodotto il cui procedimento di produzione sia noto solo al suo produttore.
Per quello che riguarda la protezione dell’innovazione non vi può essere dubbio che si tratti dell’istituto giuridico più primitivo (e, diciamolo, anche più rozzo) che ci sia, e non a caso, storicamente, della prima forma di tutela di fatto delle invenzioni e dei ritrovati: cercare di tenere segreto il cuore della propria invenzione rimane a tutt’oggi il primo modo di preservarla. Si tenga presente però: non sempre si ha la sorte di essere “The Coca-Cola Company” e, se il loro segreto perdura da 125 anni, molti altri son durati non più di qualche settimana, alcuni giorni, o in casi estremi solo poche ore. Queste considerazioni sono del tutto normali, logiche ed ordinarie, ma quello che a me continua a stupire nel corso degli anni è l’uso che -statisticamente- le aziende fanno del segreto industriale.
In una decina d’anni di vita professionale e in contesti diversissimi non ho ancora incontrato - personalmente - un’impresa che faccia un uso bilanciato del segreto nelle vicende commerciali. E’ come se l’azienda seguisse volta per volta il carattere del singolo imprenditore o manager di punta: pertanto alcune (soprattutto, ma non solo, tra le piccole) tutelano tramite il segreto l’assoluta maggioranza dei propri prodotti e ritrovati industriali, mentre altre brevetterebbero praticamente tutto.
Per “rozzo”, nel senso giuridico, ed “egoistico”, nel senso della rottura del “patto sociale” che sta dietro la concezione del brevetto, che il segreto sia, deve essere, secondo me, considerato come una delle tante armi che fanno parte dell’arsenale di tutela dei propri beni immateriali. E, nelle “guerre commerciali”, le armi andrebbero usate tutte, in linea di massima, salvo una previa analisi della migliore da applicare al caso concreto.
In questo senso il consiglio che do sempre alle aziende è quello di ragionare senza preconcetti, senza cioè dare per scontato che la cieca fiducia nei propri dipendenti, spesse mura di cinta, fili spinati e casseforti (si badi: nulla di ciò è metaforico) siano l’unico sistema per tutelare un’invenzione. D’altra parte non può nemmeno essere considerata una vera e propria strategia la spasmodica ricerca di brevettazione di ogni e qualsiasi idea elaborata dall’ufficio aziendale di R&D.
Un buon esempio di uso calibrato del segreto ci viene offerto da “ Walmart Stores Inc”, la multinazionale americana, proprietaria dell'omonima catena di negozi al dettaglio “Walmart”, il più grande rivenditore al dettaglio nel mondo, prima multinazionale al mondo nel 2010 per fatturato e numero di dipendenti. L’ufficio che si occupa della proprietà intellettuale in questa azienda valuta tutte le forme di protezione industriale che può conferire a tutto ciò che può essere innovativo, poi, sulla base delle risultanze, decide, e alla fine un buon quaranta per cento delle novità di valore viene coperto da una spessa coltre di segreto industriale.
L’esempio di Walmart, considerando il suo mercato, ci introduce un concetto importante: in linea di massima è sempre difficile coprire da segreto innovazioni meccaniche ed elettroniche; la messa in commercio di un prodotto “segreto” consente quasi sempre di smontare ed analizzare i vari pezzi del prodotto per poi copiarlo più o meno pedissequamente. Vi è però un’infinita serie di beni immateriali che può essere opportuno tutelare segretamente, senza che siano affidati al dominio pubblico.
Tornando alla grande azienda statunitense citata, i segreti commerciali che più spesso tutela sono legati a: tecniche di presentazione del prodotto, studi di marketing, metodi di business, informazioni riservate che garantiscono all'azienda un vantaggio sui concorrenti, strategie commerciali, liste di fornitori, processi di produzione, dati, formule o studi di nuovi prodotti da lanciare sul mercato. Si noterà che in questi casi non vi è nulla di meccanico, o di elettronico. Ma io non credo, sinceramente, che il discrimine tra brevetto e segreto sia legato solo alla natura tecnica del prodotto. Non è dalla sola “natura fisica” del prodotto che si possa definire, come criterio fondamentale la sua proteggibilità o meno, ma da una relazione tra la vita del prodotto e le strategie aziendali. In sostanza, ritengo che il segreto industriale rappresenti l’opzione migliore per prodotti dalla breve vita commerciale, come in certe creazioni di moda, alcuni prodotti informatici ed elettronici e sempre e quando lo sviluppo del prodotto sia compiuto interamente dalla casa madre, senza l’intervento di subfornitori o altri partner.
La scelta del brevetto, invece dovrebbe essere favorita per prodotti dalla lunga vita commerciale e per settori nei quali si voglia scavare un solco tecnologico tra azienda e concorrenza. Se possibile, anzi, i prodotti di punta dovrebbero essere presidiati da più brevetti in modo da rendere più difficile ogni tipo di concorrenza.
Nel mondo della meccanica, il più refrattario ai segreti industriali, se è comprensibile che i singoli prodotti meccanici non possano essere “segretati” sic et simpliciter, si potranno sempre tenere segrete innovazioni attinenti alla filiera produttiva, o a nuovi processi che non si ritiene di brevettare. Mi sembra che di questa esigenza di maggiore utilizzo di questo strumento si sia reso conto anche lo stesso legislatore, sia italiano, che europeo. Il primo inserendo nel Codice di Proprietà Industriale due articoli a tutela dell’istituto (fino ad allora vissuto più o meno in un limbo empirico); il secondo dando vita ad un interessante progetto che citerò a breve.
Si tratta di due piccoli passi, ma epocali: in maniera assolutamente comprensibile infatti il legislatore (in tutti i paesi) non ha mai amato questo istituto che, oltre ad essere una potenziale fonte di spinosi problemi per l'imprenditore, è soprattutto un tema delicatissimo e per certi versi preoccupante per la collettività. Lo è per due motivi, da una parte è costoso: se l’imprenditore riesce a conservare il suo segreto per un lungo periodo, la collettività dovrà tollerare per quel lungo periodo una posizione di fatto di monopolio; d’altra parte il segreto è pericoloso, esiste infatti anche il rischio che il segreto sia custodito con tali e tante accortezze da comportare la perdita dell’invenzione stessa. Da sempre infatti, il sistema migliore per la conservazione del segreto è la comunicazione della scoperta a un numero limitatissimo di persone, quando possibile, a nessuno. In tali casi, la morte dell’unico (od ultimo) depositario del segreto può significare la perdita dell’invenzione, pregiudicando l’interesse collettivo.
Credo proprio che il diverso atteggiamento legislativo sia dovuto alla considerazione che semplicemente non tutto è brevettabile, e che sia giusto lasciare all’arbitrio dell’imprenditore scegliere cosa sia opportuno attribuire al dominio pubblico e cosa coltivare come proprio ed esclusivo.
Per quello che riguarda la tutela del segreto in Italia credo sia giusto dare un consiglio: sarà opportuno, secondo gli articoli 98 e 99 CPI che l’azienda possa dimostrare di aver adeguatamente protetto il segreto con tutte le misure ragionevoli possibili.
Più ambizioso è il progetto dell’ Unione Europea, che parte sempre le mosse dalla pratica impossibilità (o inutilità) di procedere sempre alla brevettazione. Di fronte ai numerosi casi di contraffazione operati da Paesi Extraeuropei che, oltre a vari brevetti, hanno riguardato violazione e spionaggio di segreti industriali è stata proposta la creazione di una commissione che studi sistemi di valutazione, di carattere per lo più economico, empirico, come accade per brevetti e marchi. Questo dovrebbe rendere più semplice valutare il valore di licenze di know-how, o il danno da dimostrare in un contenzioso.
Un po’ di luce quindi su una materia di per se stessa complessa e resa complicata ancor più, finora, da una sostanziale assenza di dati normativi. Ma il tema del segreto è e rimarrà delicatissimo per le imprese, a volte così intente al suo perdurare, da trascurare, inevitabilmente altri attacchi ad altri beni immateriali. Per tornare infatti all’esempio iniziale, la Coca-Cola è, si, riuscita ad impedire ai concorrenti la fuga delle notizie sulla composizione, ma non è riuscita ad impedire alla Pepsi (poi Pepsi-Cola) di “rubare” una parte del suo pregiatissimo marchio. Questo a riprova del fatto che la proprietà intellettuale è un campo dove ci si deve sempre difendere, o attaccare, monitorando tutti i fronti in tutti i momenti, con grandi risultati e grandi soddisfazioni, ma spesso anche con buona pace, alla prima disattenzione, di tutti i monopoli di fatto, o di diritto, che si siano creati.
20-9-2011

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Cristiano Alliney
| 2-4-2012 09.37 Gentile Marina,
un caso così rilevante come la Coca-Cola non lo ravviso con tutta sincerità né il Italia, né altre parti del mondo. Consideri che poi si tratta di un caso assolutamente eccezionale anche in caso di marketing: la Coca-Cola si vanta (anche nella pubblicità) di aver tenuto segreta la sua formula, mentre di solito chi usa tale strumento si guarda bene dal dire che sta sfruttando un ritrovato o una nuova tecnica in segreto, va da sé.
In generale la mia esperienza passata mi suggerisce che le aziende che più fanno uso di questo istituto sono le aziende chimiche e, di recente, ho conosciuto un’azienda che produceva energia che si era resa conto di un dipendente infedele che "spifferava" i propri segreti alla concorrenza. Quindi è nel campo dei composti della chimica (che entro certi limiti sono più facili da tenere segreti) e nella tecnologia delle energie che troverà i casi più eclatanti, ma nulla a confronto della bevanda del signor Pemberton.
Cordiali saluti.
Cristi
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Marina
| 1-4-2012 17.08 Esiste un esempio in Italia, altrettanto buono come quello della Coca Cola, di segreto industriale?
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Cristiano Alliney
| 26-9-2011 12.30 Osservazione ineccepibile e calzante, dottor Colucci.
Per questioni di spazio e di sinteticità, avevo liquidato questa possibilità tra gli "spinosi problemi dell’imprenditore", ma è uno degli aspetti più importanti di un’eventuale stretegia in tema. La possibilità che altri arrivino indipendentemente a brevettare (e quindi a rendere di dominio pubblico) ciò che l’imprenditore ha coltivato in segreto, porrebbe quest’ultimo nella condizione che la sua metafora coglie con precisione.
La scelta del segreto industriale va vista, secondo me, sempre come un esempio di rischio massimo, con la possibilità di massimizzare i guadagni, che però è speculare alla possibilità di avere dei rovesci molto pericolosi.
Per questo, in linea di massima, la consiglierei per prodotti dalla breve vita commerciale. I procedimenti brevettuali sono, invece, piuttosto lunghi e si potrebbero avere alcuni anni di monopolio prima che il concorrente brevettatore possa opporre un vero e proprio diritto.
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giuseppe colucci
| 23-9-2011 16.36 trovo sempre molto stimolante discutere di strategie per la protezione dell’innovazione. un aspetto che mi preme evidenziare in relazione a quanto esposto in questo interessante articolo è che optando per il regime del segreto industriale si corre il rischio che un concorrente arrivi successivamente ed indipendentemente alla stessa invenzione e la brevetti. In tal caso, colui che stava sfruttando l’invenzione in regime di segretezza si troverà esposto al rischio di essere citato in giudizio per contraffazione e dovrà in tal caso fornire prova delle sue attività precedenti al brevetto per poter continuare nelle sue attività con notevoli limitazioni. Prove che, trattandosi di attività segrete, è generalmente difficile produrre. Il primo inventore che aveva il coltello dalla parte del manico si potrebbe così ritrovare a stringere la fredda lama...
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