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Un’OPA sull’Europa: minaccia vi-Cina?

La Germania ammonisce e condiziona pesantemente l’Italia nel rispetto dei conti pubblici e nell’intraprendere manovre economiche “lacrime e sangue”, ma dietro questo schermo di rigore in difesa dell’ UE e dell’ Euro, Berlino maschera un proprio calcolo di convenienza. La Cina osserva preoccupata e cerca di favorire il più possibile l’instabilità dell’Eurozona, per rendere più debole la Germania stessa e radere al suolo la concorrenza italiana.

di Marco Minossi

minaccia Cina

Interpretare le notizie con occhi attenti, orecchie aperte e spirito critico porta spesso a ragionamenti che centrano i problemi, le loro cause ed i loro effetti, diversamente da quanto riesca a fare il pensiero convenzionale. La schizofrenia incontrollabile dei mercati finanziari viene addotta dai governanti nazionali e sovranazionali come ragione delle difficoltà di gestione di questa “ fase 3 “ della crisi economica.
E’ opportuno ricordare come per “ fase 1 “ si intenda quella degli anni 2007-2008, avente come causa scatenante la crisi dei mutui “ sub-prime” negli USA e culminata con il fallimento della Banca Lehman Brothers.
Per “ fase 2 “ si indica l’ esplosione dei default o delle pesanti crisi di stati quali la Grecia, il Portogallo, l’ Ungheria, le Repubbliche Baltiche e l’ Irlanda, o di fondi sovrani quali quello degli Emirati Arabi nel periodo 2009-2010, con la conseguente messa in opera delle azioni governative e delle Banche Centrali di salvataggio mediante ingenti iniezioni di liquidità nel sistema bancario.


Curiosamente, la motivazione di un progressivo indebolimento della “struttura” (la base produttiva-industriale dell’ economia) è stata completamente ignorata, privilegiando il ruolo ed il peso negativo della “sovrastruttura” finanziaria, sia da parte della comunicazione e dei comportamenti politico-istituzionali, che della comunicazione pubblica degli organi di informazione, ed anche da parte del “reporting” aziendale verso gli stake-holders (i pubblici ed i soggetti interessati a vario titolo a conoscere l’andamento della gestione, della competitività e della solvibilità di un’impresa).
Il misterioso e impazzito corpo estraneo della crisi finanziaria continua ad essere sempre e da tutti indicato come il male misterioso, inaspettato nelle dimensioni e forse incurabile, come se non fosse e non sarà sempre vero che dietro ogni speculazione c’è sempre una debolezza di un’azienda, di un Paese, di una macro-area legata dalla stessa valuta e dal libero scambio.


Ma cosa sta succedendo allora nel mondo industriale e commerciale, quello della economia reale fatto di merci, di servizi e di scambi di questi contro denaro e titoli, per indurci ad affermare (controcorrente) che la recessione che stiamo attraversando è di tipo marcatamente economico e non finanziario (aspetto quest’ultimo che del primo è semmai conseguenza)?
Da troppo tempo, anzitutto, i vari settori di mercato sono saturi ed in concorrenza perfetta (cioè ad alta intensità di competitors), comprese le quote di mercato di paesi emergenti che hanno colmato in fretta il proprio fabbisogno, grazie soprattutto alla possibilità di avvalersi di una produzione industriale che può facilmente soddisfare la domanda interna (ci riferiamo a paesi come India, Brasile, Russia, Cina ed altri ).
Il marketing ha cercato e cerca sempre di più di introdurre nelle imprese elementi nuovi di difesa e di attacco operando sulle leve del vantaggio competitivo, della competenza distintiva e del Brand ( ad esempio la “germanicità” dell’ Automotive, l’italianità del Fashion and Food, il marchio asiatico di certa tecnologia ecc.), ma non è sufficientemente riuscito a riposizionare la percezione e la conseguente fiducia verso i prodotti ( un’ automobile tedesca fa sempre “premio” rispetto ad una italiana, che si ritrova quindi nello “sconto” la sola possibile arma di difesa competitiva).
Questo perché il marketing poggia su basi troppo comportamentali e comunicazionali, ma troppo poco tecnico-produttive; promuove, cerca di posizionare e di vendere la qualità di un manufatto, ma non è in grado di valorizzarla a livello intrinseco. Di fatto, al marketing si è data troppa importanza da esuberanza irrazionale verso gli “intangibles d’impresa” negli ultimi dieci anni.


La Cina, con cui ogni situazione economica e finanziaria deve sempre fare i conti, esercita leadership nel commercio mondiale mediante 2 fattori:

  1. la sua posizione di “cost-leader” sui prezzi alla produzione;
  2. la sua detenzione di quote maggioritarie del debito pubblico americano (Treasury Bonds e Fed Funds), grazie alla quale sostiene il corso del Dollaro, ma nello stesso tempo aiuta la competitività dei prezzi espressi in Yuan nei mercati internazionali.

La seconda situazione è all’ origine delle preoccupazioni di Pechino rispetto alle recenti apprensioni generali sull’ economia e sul debito statunitense: avere la capacità di “staccare la spina” sul finanziamento del debito della prima economia del mondo ha assunto per la Cina l’ imprevisto contro-altare dell’ essere automaticamente trascinati nel possibile, ancorchè improbabile, default della stessa.
Ma anche sul primo aspetto il Dragone è nervoso: sulla sua posizione competitiva di produttore e terzista a bassi costi di ogni tipo di prodotto, si stanno addensando nubi inaspettate, di provenienza marcatamente tedesca. Si tratta per la Cina di una minaccia che riguarda un ripensamento di tipo qualitativo e logistico che sta portando le imprese della Germania, ed il sistema economico di quest’ ultima, a rivalutare l’ importanza strategica dei rapporti di sub-fornitura con le piccole e medie imprese italiane, che hanno raggiunto posizioni di partnership di eccellenza negli ultimi anni non soltanto sugli aspetti produttivi, ma soprattutto sulle sinergìe e compatibilità nella progettazione, nel “co-design” e nella “comakership” con i grandi committenti tedeschi, che sono leader nel mondo in settori quali l’ Automotive, l’Elettrodomestico, l’Elettronica, la Meccanica strumentale ed altri ancora.


E’ vero anche, del resto, che negli ultimi tempi l’ industria tedesca ha investito notevolmente per cercare di costruire in Cina e nel Far East un modello di sub-fornitura che unisse alla “cost-leadership” indiscussa anche una “manufacturing reliability” dei produttori asiatici di componentistica che fosse in linea con la propria posizione di primato nei settori prima citati, e anche in molti altri (ad esempio nei materiali per edilizia, o anche nell’ Abbigliamento.)
Tuttavia tali investimenti, spesso causati dalla volontà di presidiare adeguatamente quelle zone a seguito di ripetuti riscontri di scarsa affidabilità sperimentata dalle imprese tedesche in Est Europa o in Turchia, sono stati anche maggiorati dalla costituzione di filiali operative in Cina, con lo scopo di abbattere i costi di ri-trasporto per le quote di componenti da assemblare poi in produzioni destinate ai mercati asiatici. Il pericolo che queste risorse di investimenti e di know-how tedesco in Asia vengano smobilizzati o ridimensionati è reale, e le conseguenze negative per l’ economia orientale sarebbero evidenti.
L’entità e l’onerosità di questi investimenti infatti, ed il perdurare delle differenze qualitative e culturali nel controllo delle produzioni, ha portato la Germania ad una decisa riconsiderazione del ruolo fondamentale delle PMI italiane nella sub-fornitura strategica, essendo riemerse queste come le uniche per capacità e professionalità in grado di rispondere pienamente a certi standard di qualità e di tempestività nelle consegne.
Il problema diventa allora per il committente quello di poter ri-tarare i prezzi dei componenti a livelli più vicini possibile a quelli cinesi, e purtroppo i tedeschi sanno fare molto bene sistema tra di loro e con le politiche governative. Ecco il motivo per cui, dietro la maschera di un forte richiamo all’ ordine dei conti italiani, sempre puntualmente amplificato dalla Banca Centrale Europea, ed al rispetto dei parametri macro-economici di finanza pubblica, Berlino ha fatto in modo che la sua “moral suasion” andasse a toccare anche una riforma sulla flessibilità del lavoro in Italia (per usare parole che esistono, potremmo meglio dire sulla “licenziabilità”, mediante invito ad una deregulation selvaggia).
Sarebbe stato normale prendere atto da Angela Merkel, di recente accompagnata in coro dal francese Sarkozy, del fermo richiamo rivolto al nostro Governo al rispetto dei parametri di Maastricht; famigerati, questi ultimi, quanto vogliamo, ma sulla cui non messa in discussione poggia in primis la solidità della UE per resistere alle speculazioni. Immaginiamo infatti, anche qui diversamente dall’ opinione dominante in Italia ed anche in disaccordo con il pensiero di economisti come Fitoussi, cosa significherebbe reagire ad una crisi europea alterando le regole che ne determinano la moneta: credibilità zero e via libera ai falchi!
Ma invitare, più o meno esplicitamente, a mettere mano al trattamento dei lavoratori cosa c’entra allora?
Evidentemente, quello che interessa alla Germania è soprattutto rafforzare una precarietà diffusa del lavoro dipendente industriale nel nostro paese, per poter poi apparire essa quale benefattrice nel portare le commesse, i cui prezzi sempre più bassi (o meglio, “maggiormente competitivi “ grazie a più flessibilità del fattore-lavoro) verranno comunque accettati dalle nostre imprese come il minore dei mali stante la perdurante crisi economica.
Sarà quindi dalle dismissioni facili di forza-lavoro, e non da una normale struttura dei costi e dei prezzi di vendita, che nella visione tedesca i nostri imprenditori andranno a recuperare un minimo di margine di profitto. I lavoratori che resteranno assorbiti dentro il mercato, da parte loro, sottostaranno più facilmente a richieste di maggiore impegno ed orario di lavoro, considerando lo spauracchio del facile licenziamento e la necessità di rimboccarsi le maniche a livelli “cinesi” che la crisi impone. Del resto il caso-Fiat ed il relativo referendum gran parte del terreno l’ avevano preparato, qualcuno ne approfitterà prima ancora dello stesso Marchionne, evidentemente, magari Wolksvagen, Audi o BMW.
Qualcuno diceva anni fa, come battuta ma ancora con poca convinzione, che il destino dell’ Italia sarebbe stato quello di diventare “la Cina d’ Europa”.
In questo calcolo, i tedeschi non hanno certo dimenticato che per la politica Italiana la necessità di accettare ogni invito alle restrizioni economiche è oramai obbligato, in quanto nel periodo in cui la crisi sembrava aver allentato la presa nessuna politica per lo sviluppo economico è stata di fatto intrapresa, tanto che lo stesso ministero così denominato è rimasto di fatto vacante nella figura del Ministro, con il Presidente del Consiglio a reggerlo ad interim, cioè solo pro-forma, per quasi un anno.


La Cina non dorme di fronte a questo scenario, e con gli Stati Uniti già sotto il suo controllo grazie al possesso dei titoli del loro debito, sta pensando che una destabilizzazione dell’ Euro e quindi dell’ UE potrebbe permetterle una posizione di dominanza, di fatto, sull’ economia mondiale. Come dire: guida, incoraggia ed attua la speculazione, per vedere fino a quando la BCE riuscirà a garantire e ad acquistare il debito dei paesi vicini al default, per poi indire ( a prezzi”cinesi”) una sorta di OPA sull’ Europa.

4-9-2011


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