Home | News | Eventi | Community | Cerca Lavoro | Convenzioni | Collabora | DB Aziende  

Recensioni

Attualità

Comunicazione

Marketing

Gestione Strategica

Tecnologia

Gestione Risorse Umane

Management

Formazione

Mercati Internazionali

Lifestyle

Imprese di successo

Capitani d'impresa

Recensioni

Business Papers

Sondaggi

Links

Iscriviti alla Newsletter

Email:

IN EVIDENZA

Brand Storytelling Awards 2012

Employer Branding Review

Net1news

  Follow eccellere on Twitter

PARTNERS

FrancoAngeli

IDC

Egea

 

   Segnala ad un amico | Condividi su | Commenti

“Non siamo figli controfigure” (il libro inatteso di una generazione in attesa)

“Non siamo figli controfigure” di Benedetta Cosmi è un testo da segnalare innanzitutto al Sistema delle Imprese che, nelle politiche di Employer Branding, spesso dimostra di non aver chiaro il pubblico al quale pensa di rivolgersi. Poi al mondo della Comunicazione, infine a noi: quelli della generazione beat.

di Marco Stancati

È un programma, una tesi, un libro, un grido generazionale all’insegna di “bamboccioni 2: il riscatto”. Il tutto senza respiro: nel senso che non dà tregua la scrittura di Benedetta. Analizza “il sistema” (dell’Università, delle Imprese, del Recruting, del Fisco, della Televisione, dell’Industria culturale, della Politica…), ne individua le contraddizioni, propone ipotesi di soluzione, accompagna il tutto con citazioni non più frequenti (Tucidide, Alcibiade, … Nicia!) e slogan attualissimi con un’ironia che, talvolta, suona perfino un po’ snob. Ha un periodare intenso e denso, a spirale, che rinvia il tempo delle risposte, consapevole che l’interlocutore ha una metabolizzazione lenta. E lei non può aspettare, nel frattempo deve dire tutto perché dentro le rugge quell’ardora dei giovani di leopardiana memoria che li porta a procacciarsi una vita, e a sdegnare la nullità e la monotonia.

 

Non mi appassiona la domanda “se e quanto” Benedetta sia rappresentativa della sua generazione, perché certamente sa rappresentarne le esigenze. Con una visione analitica e razionale che non ignora però candori, speranze e (perché no?) sogni, come quando invoca un’Università difficile, dove il manuale non sia la prassi né la messa a morte dei concetti. Perché solo così progettare i curricula universitari significherà creare chance per il bel Paese, accompagnare il desiderio degli studenti, restarne sedotti”.
“Restarne sedotti”! Avverto in questa richiesta/invocazione anche un’esigenza di affetto prima che di riconoscimento. In effetti credo che, prima di ogni altra cosa, dovremmo amarla di più questa generazione di figli. Ai quali la generazione di noi padri ha saputo regalare più confort e tecnologia che sicurezze esistenziali.
Questa generazione dell’incertezza, questa generazione bit con la “i”, ci chiede (a noi generazione beat, quelli della “fantasia al potere”) di recuperarne quanto basta a immaginare i giovani come classe dirigente: quei giovani che sono pieni di titoli che i genitori spesso non hanno, ma che poi non vengono ritenuti titolati. Quella generazione di “trentenni circa” che prima ancora che poveri di soldi sono poveri di posizioni ricoperte, di incarichi svolti, di progetti gestiti. In sostanza orfani di riconoscimento sociale.

Benedetta parte da una considerazione sconcertante nella sua banalità: il sistema produttivo non può avere gli stessi orari del sistema culturale (e neanche del sistema del consumo). Una società che, per come è strutturata, sembra porre non come complementari ma in assoluta alternativa il lavoro, la formazione, il benessere fisico, la crescita culturale, e perfino i consumi quotidiani è una società che fa pagare in termini di diseconomicità, anche nevrotica, la qualità della vita. E, infatti, il crollo della curva demografica è il sintomo più evidente di un sistema Paese che non riuscendo a credere nel suo futuro, sembra impegnato soltanto a complicare il suo presente.

In un’epoca di profonde trasformazioni che confonde e sovrappone i problemi, e anche i generi, Benedetta non tralascia la relazione uomo-donna: tende la mano, sinceramente un po’ pietosa, all’altro sesso in una società che laurea meno maschi, con voti di eccellenza minori, e non li allena più neanche nel ring della politica. Perché al governo per entrarci da giovane, nell’Italia più recente, devi essere donna. Ma non è contenta di questo recente primato Benedetta, perché la mancanza di equilibrio nelle prospettive va comunque a danno delle donne stesse che vedono ingrigire il panorama relazionale con i maschietti…che vivono davvero una crisi d’identità; in una società che tutto a un tratto propone il modello effeminato. Tanto che Benedetta arriva a sottoscrivere, sia pure con altri contenuti e prospettive, lo slogan di una pubblicità di gioielli: “Liberate il principe azzurro”, please! E che sia fustaccio e intellettuale insieme, secondo il canone classico del bello dentro e fuori: il David insomma, nella versione michelangiolesca, proposto senza reticenze come modello di riferimento nella pagina Facebook di Benedetta Gaia Cosmi.

Benedetta Gaia: un doppio nome che evoca insieme la letizia fattiva de “Ora, Lege et Labora” e lo stupore esclamativo (benedetta Gaia!), misto di entusiasmo e di preoccupazione, degli adulti di fronte ai giovani che decidono di mordere la vita, di mettersi in discussione, di confrontarsi face to Facebook per dirla come Benedetta. Quei giovani che leggono ancora, e per fortuna, il contesto, qualsiasi contesto, con le categorie di base di “bene” e di “male”, di “giusto” e di “ingiusto”. Quei giovani 3M (Metro, Master, Messenger) non passati ancora al collaudo della vischiosità delle vicende esistenziali che proporrà loro un altro concetto. Quello di “funzionale a”. Ogni generazione è chiamata a misurarsi con la capacità di conciliare, cioè di rendere coerenti, le ipotesi “buone e giuste” con soluzioni che siano “funzionali” al raggiungimento degli obiettivi. E sul metro dei comportamenti concreti si misurerà se questa generazione “in attesa” saprà relegare la condizione sospensiva tra i luoghi comuni e dimostrarsi una generazione “inattesa”. Capace finalmente di sostituire sulla scena noi integratissimi, e socialmente molto più garantiti, genitori che negli armadi delle seconde o terze case conserviamo (come è vero, Benedetta!), come laiche reliquie, gli abiti rivoluzionari dismessi.

 

Non siamo figli controfigure
di Benedetta Cosmi
pp. 96
Sovera edizioni
Anno 2010

11-3-2010


Contenuti concessi sotto Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Unported

Sostieni Eccellere con una donazione

stampa  crea pdf  Segnala a un amico 

Seguici su Twitter | su LinkedIn | su Facebook | RSS

Commenti













LEGGI ANCHE

Loading...

 

ANNUNCI DI LAVORO
CORRELATI

Loading...


 

 
 

RUBRICHEMAPPA | COLLABORA

  NOTE LEGALI E COOKIE


Eccellere Business Community Ŕ una testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma - n. 348 del 26/09/2008.
I testi rimangono proprietÓ intellettuale e artistica dei rispettivi autori. 2010 -
I contenuti di Eccellere sono concessi sotto la Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Unported. Ulteriori informazioni sono disponibili alla pagina Note legali.